
Strumenti per progettare coi cittadini e risolvere i conflitti creativamente in un caso emblematico
Matteo Robiglio (AU Avventura Urbana)
A cosa serve la progettazione partecipata negli interventi privati di trasformazione della città? Alcuni esempi dall’esperienza di Avventura Urbana
La progettazione partecipata (ri)nasce in Italia mercato professionale negli anni ’90, grazie alla spinta introdotta dai programmi di intervento comunitario Urban e all’adozione nei programmi integrati italiani di “regole del gioco” improntate allo stesso modello: integrazione multisettoriale tra intervento urbanistico, rivitalizzazione economica e intervento sociale; partenariato pubblico-privato a regia pubblica; focalizzazione su quartieri esistenti con prevalenza di edilizia residenziale pubblica; formazione di agenzie speciali in seno all’amministrazione pubblica; coinvolgimento del territorio e dei soggetti locali attraverso azioni specifiche di comunicazione, accompagnamento sociale, e, appunto, progettazione partecipata. Le città italiane affrontano in questo modo, con molti successi e qualche contraddizione, la stagione della rigenerazione urbana attraverso una serie di strumenti diversi, tra cui i più noti sono senz’altro i Contratti di Quartiere.
Completamente diverso è il panorama dell’intervento privato, che, quando assume scala comparabile ai programmi speciali, si concentra sul tema delle aree industriali dismesse, con interventi negoziati con il pubblico ma a regia privata, sul modello della prima iniziativa italiana in questo ambito, la trasformazione dell’area Pirelli Bicocca a Milano. Si tratta di pochi casi: nella maggior parte degli interventi (a Torino, a Roma, a Genova, a Napoli) anche nella riqualificazione delle aree industriali dismesse il pubblico agisce come regolatore e stimolatore, attraverso gli strumenti urbanistici generali ed esecutivi.
La partecipazione resta comunque fuori da questo tipo di intervento “di mercato”, anche se già si manifesta una nuova attenzione all’informazione dei cittadini.
Il panorama del primo decennio del 2000 ha visto crescere di scala la dimensione degli interventi a regia e iniziativa privata, e contemporaneamente diventare meno saldo il ruolo della parte pubblica: non tanto sotto il profilo tecnico, quanto sotto quello politico. L’articolazione dell’opinione pubblica e le modificazioni della rappresentanza rendono sempre meno certa l’equivalenza approvazione formale = consenso, rendendo i percorsi approvativi complessi, incerti, e soprattutto esposti all’intervento di un nuovo soggetto: l’opinione pubblica, stimolata da una crescente attenzione alla qualità dell’ambiente, alla tutela del paesaggio, alla qualità dell’architettura; organizzata nei mille comitati “contro”. Contro la TAV, contro l’inceneritore e la discarica, ma anche contro il parcheggio del Pincio a Roma o Valdo Fusi a Torino, contro i grattacieli di Renzo Piano e Massimiliano Fuksas, sempre a Torino, contro gli Erzelli a Genova, le nuove centralità del PRG di Roma (e poco importa che l’intervento sia pubblico o privato). E’ una cittadinanza critica, ma anche curiosa ed appassionata, attiva nei forum e blog che discutono ormai anche il più piccolo intervento, consumatrice delle pagine di architettura dei magazine e dei domenicali dei grandi quotidiani, senza timore di violare i confini tra esperti e non.
Non possiamo quindi più “fare senza” i cittadini: accade cioè oggi anche nel mercato privato quello che il modello Urban aveva fatto accadere all’iniziativa pubblica. Nessuna trasformazione significativa della città e del territorio può lasciar fuori dalla porta i destinatari, gli utenti, gli abitanti, i diretti interessati, anche solo i “preoccupati”, a meno di accettare una forte incertezza di processo e di essere disposti a pagare forti e non sempre prevedibili costi transazionali. Non solo per ragioni “negative” (evitare un rischio, non sprecare tempo e risorse) ma anche per ragioni “positive”: interpretare in profondità la domanda di mercato, innovare procedure e modi di intervento, cogliere i mutamenti nell’orientamento del pubblico (ad esempio sul tema dell’ambiente), radicare gli interventi nelle città e nei quartieri che li accolgono e, non ultimo, migliorare i progetti arricchendoli di nuovi ingredienti e maggiore complessità.
Quello che insegna l’esperienza dei programmi integrati è che questi fattori possono essere anticipati e inclusi nel disegno di processi di trasformazione – prima ancora che diventino progetti di trasformazione – che siano inclusivi e condivisi fin dalle prime fasi di impostazione: quelle cioè in cui la partecipazione è più utile ed efficace, quelle in cui negoziazione e concertazione possono modificare le scelte iniziali senza pregiudicarne la fattibilità. Se ciò avviene, l’apertura del processo progettuale non è più un rischio, ma diventa una risorsa che i progettisti devono sapere interpretare e valorizzare.


